SBF Taccuino - Un Museo della Tolleranza di cui non c’è bisogno

Messo on line il lunedì 08/03/2010 a 20h02 da  Eugenio

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Il progetto del Simon Wiesenthal Center di costruire un avamposto del Museo della Tolleranza di Los Angeles sul più importante cimitero musulmano a Gerusalemme è per il momento in una situazione di stallo. Questo è il momento opportuno per chiedere al centro di abbandonare questo progetto scandaloso una volta per tutte.

Il sito in questione è Ma’man Allah, o cimitero di Mamilla, che è stato in uso per secoli fino al 1948, quando centinaia di migliaia di palestinesi furono espulsi o costretti alla fuga e le loro proprietà, compreso Ma’man Allah, furono consegnate a ebrei.

Allo stesso modo dei siti musulmani e cristiani sparsi per Isreale – che, come un rapporto del Dipartimento di Stato del 2009 ha evidenziato, incrementa solo i siti sacri ebraici – il cimitero è stato a lungo minacciato. Alcune sue sezioni sono state trasformate in carreggiate, altre usate per parcheggi, altre destinate ad aree di costruzione e per l’Independence Park di Israele. Tra gli alberi del parco si vedono ancora le lapidi di tombe palestinesi.

Nel 2002 il Wiesenthal Center – a cui era stata data una parte del cimitero della città di Gerusalemme – ha comunicato che l’architetto Frank Gehry avrebbe progettato un complesso che si sarebbe chiamato Centro per il Museo della Dignità Umana della Tolleranza di Gerusalemme. I lavori sono cominciati nel 2004. La preoccupazione dei palestinesi e dei musulmani sono state ignorate, finché un’azione legale ha portato alla sospensione degli scavi nel 2006. Nel 2008 la Corte Suprema di Israele, respingendo le richieste dei palestinesi, che avevano i loro cari sepolti nel cimitero, e le proteste di quegli ebrei che inorridiscono per la profanazione di ogni cimitero, ha autorizzato il progetto.

Il centro dichiara di non vedere nulla di sbagliato nella costruzione sopra i resti di un cimitero di quello che il suo leader, il rabbino Marvin Hier, chiama “una grande pietra miliare che promuove i principi del reciproco rispetto e responsabilità sociale”. Si è ricorsi a una serie interminabile di trucchi per sostenere questa dichiarazione.

A coloro che protestano per la costruzione sull’antico cimitero, il centro risponde che userà solamente una parte del sito adoperato come parcheggio per anni. Agli ebrei offesi dalla profanazione, si risponde che, in effetti, si applicano criteri diversi ai cimiteri musulmani rispetto a quelli ebraici. Il centro non concorda con il clero musulmano e con gli esperti di leggi che insistono sull’inviolabilità dei cimiteri nell’Islam, dichiarando in sostanza di sapere, riguardo alla giurisprudenza islamica, più dei musulmani stessi. A quanti oggi protestano il centro chiede dove fossero nel 1960, quando un giudice islamico approvò la costruzione del parcheggio. Non si fa naturalmente menzione del fatto che il giudice era un impiegato statale e che fu allontanato dall’ufficio per corruzione.

Agli archeologi, per i quali si dovrebbe fare a meno di costruire sul sito, il centro risponde che per la costruzione del museo è necessario spostare solo duecento corpi. Quanto ai palestinesi, che hanno intrapreso azioni legali e continuano ad esprimere preoccupazioni per i resti dei loro cari, Hier ha ricevuto un messaggio lo scorso gennaio in cui si diceva che il caso era chiuso e che poteva servirsi del sito.

Questo per parafrasare la bocciatura da parte della corte di un ultimo appello delle famiglie palestinesi basato su una dichiarazione dell’archeologo Gideon Suleimani. Questi ha riferito che l’Israel Antiquities Authority non ha espresso alla corte la sua opinione, secondo cui la costruzione non dovrebbe essere approvata, e che nel sito vi sono ancora quattro strati di tombe islamiche databili a partire dal dodicesimo secolo. A suo avviso vi sarebbero decine di migliaia di scheletri nel sottosuolo.

A gennaio Gehry ha reso noto di aver deciso di ritirarsi dal progetto, facendo riferimento ad altri impegni. Contemporaneamente il centro ha comunicato di aver ridotto le dimensioni del museo; si è distanti dall’obiettivo originale di raccogliere fondi per 200 milioni di dollari. Ora il centro non ha un architetto e un progetto. Da qui l’opportunità di mettere da parte in maniera definitiva il progetto.

Verso la metà di febbraio i palestinesi, i cui parenti sono sepolti nel cimitero, hanno fatto un ultimo disperato tentativo per mettere fine alla continua profanazione del cimitero. Hanno fatto appello direttamente alle Nazioni Unite, ponendo in rilievo il fatto che la profanazione viola gli accordi internazionali che vietano la discriminazione e proteggono il patrimonio culturale, la manifestazione delle fedi religiose e il diritto alla cultura e alla famiglia.

La protezione del cimitero non dovrebbe mai diventare una questione legale. Ogni persona di buon senso dovrebbe riconoscere che il progetto è fuori luogo. E’ ancora possibile sospenderlo, nel caso si possa convincere il Wiesenthal Center di mutare la “tolleranza” e la “dignità umana” da sterili slogan in principi d’azione.

Come prova di tutta la sua ipocrisia il centro ora sta estraendo da una grande fossa dozzine di ossa. Quei resti sono stati dissotterrati senza alcun rispetto. Suleiman ha perciò fatto notare che i defunti musulmani non hanno nessuno che li difenda. Ad ogni modo non è troppo tardi per salvaguardare i resti ancora indisturbati.

Questo vergognoso episodio è solamente una parte di una storia molto più lunga di spostamenti forzati ed espropri.

La vera lezione di Ma’man Allah e del progetto del museo è la seguente: la pace giungerà in Palestina/Israele solo quando la cieca insistenza sugli spostamenti finirà e ad entrambi i popoli sarà permesso di appartenere alla stessa terra.

Adattamento: R.P.

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